Vita di Sant’Uberto – Ordine Sant' Uberto di Lorena e del Barrois

Vita di Sant’Uberto

Vita di Sant’Uberto

Allo scopo di far conoscere ancor più e ancor meglio la vita di Sant’Uberto, celeste Patrono dell’ Ordine di Sant’Uberto di Lorena e del Barrois, riteniamo utile trascrivere integralmente e fedelmente il seguente testo redatto da Emile Brouette e inserito nell’Enciclopedia dei Santi, Bibliotheca Sanctorum, Volume XII, STEFA-ZURA, Città Nuova Edizioni, pagg. 736 e seguenti:

UBERTO (latino: Hubertus, Hucbertus, francese: Hubert), Vescovo di Tongres-Maastricht, Santo. Era senza dubbio discendente da una nobile stirpe e la leggenda ce lo presenta come nipote di Sant’Oda, sposa di un immaginario duca di Aquitania. Un’altra leggenda, tardiva, lo fa dapprima vivere nello stato matrimoniale e ci racconta che fu padre di Floriberto, che sarebbe divenuto Vescovo dopo di lui. Non c’è nulla di vero in tutto ciò: Floriberto fu probabilmente Suo discepolo o Suo figlioccio. E’ storicamente documentato invece che fu discepolo di San Lamberto e Suo successore immediato come Vescovo di Tongres-Maastricht. La Vita riferisce che era addolorato per non aver potuto subire il martirio insieme col Suo maestro.

Conosciamo in realtà assai poco sull’episcopato di Uberto. Divenuto Vescovo nel 703-705, ci viene presentato come missionario ed evangelizzatore degli ultimi pagani che vivevano nei recessi dei boschi esistenti ai confini della Sua Diocesi, nel Brabante meridionale e nelle Ardenne. Egli sottolineò il Suo episcopato con un gesto di grande portata storica: il 24 dicembre 717 o 718, presiedette alla traslazione dei resti mortali di San Lamberto fatti giungere da Maastricht, dove riposavano vicino a quelli del padre, a Liegi, luogo del Suo martirio e dove era stato appositamente preparato un mausoleo in una Chiesa di nuova costruzione che doveva esserGli dedicata.

Negli ultimi mesi di vita Uberto, mentre era intento a pescare, fu per inavvertenza ferito alla mano da un amo maldestramente manovrato da un servo. Soffrì per parecchi mesi di questa ferita e, una notte, udì una voce celeste che Gli annunciava la prossima morte. Nel dare subito le ultime disposizioni ordinò che la Sua tomba fosse scavata nella Chiesa di San Pietro o dei Santissimi Apostoli a Liegi. Qualche tempo dopo volle consacrare una nuova Chiesa che la tradizione indica in quella di Héverlé (Lovanio). La sera stessa, sentendosi venir meno, raggiunse la più vicina residenza, Tervueren, dove, vinto dalle sofferenze, dovette fermarsi. Visse ancora sei giorni e spirò all’alba del 30 maggio 727. Il Suo corpo fu subito trasportato a Liegi e, secondo le Sue volontà, fu inumato nella Chiesa di San Pietro.

Sedici anni dopo la Sua tomba fu aperta e si racconta che il corpo e i vestiti fossero trovati in perfetto stato di conservazione; da essi esalava un profumo soave. Richiamato da questa notizia, il Maestro di Palazzo, Carlomanno, si recò a Liegi con un numeroso seguito e fece trasportare le reliquie davanti l’altare principale della Chiesa: era il 3 novembre 743. In seguito, il 30 settembre 825, i resti del Santo furono solennemente trasportati con il loro sarcofago ad Andage, Abbazia Benedettina delle Ardenne, che prese ben presto il nome di Sant’Uberto. Il Cantatorium Sancti Huberti (ed. K. Hanquet, Bruxelles, 1906, pp. 2-3) parla della esistenza, alla fine del secolo XI e all’inizio del secolo XII, di una cassa d’oro contenente i resti del Santo e di folle attratte da essi in questo angolo sperduto delle Ardenne. E’ questo l’oggetto che si riconosce nel dipinto esistente sulla pala dell’altare, opera compiuta nel 1430-35 dal Maestro della leggenda di Sant’Uberto, attualmente alla Galleria Nazionale di Londra, che rappresenta appunto l’esumazione del Santo Vescovo.

Le reliquie scomparvero quando il Monastero fu saccheggiato e incendiato all’epoca della Rivoluzione dei Pezzenti, il 15 ottobre 1568. Un altro reliquario, dovuto all’artista J. Pauwels, è conservato nella Chiesa di San Giacomo a Lovanio. E’ datato del secolo XV. Nella Chiesa di Tervueren è conservato un corno da caccia in avorio che si dice Gli sia appartenuto. Nel 1855 e 1866 si è creduto che il corpo del Santo fosse stato ritrovato, ma queste speranze si sono rivelate infondate.

Possediamo sette Vitae di Sant’Uberto. L’autore della più antica è un chierico che, in giovinezza, conobbe il Vescovo nell’ultimo anno della Sua esistenza terrena. L’opera è di poco posteriore al 743; vi si parla infatti del trasferimento delle reliquie nell’altare maggiore della Chiesa di San Pietro come di un fatto recente. Mal scritta e goffamente composta, questa biografia è quasi totalmente imprecisa e plagia altre Vitae merovingiche. Alcuni tratti sono però improntati a sincerità, ma purtroppo sono di una laconicità esasperante, ad eccezione delle ultime pagine nelle quali l’autore si rivela testimone diretto dei fatti che racconta.

La rinascita carolingia e l’importanza ognora crescente della personalità del Santo e del Suo culto non potevano evidentemente contentarsi di una così mediocre biografia, per questo, uno dei successori di Uberto, il Vescovo Walcaud, contemporaneo di Ludovico il Pio, si rivolse a Giona, Vescovo di Orléans, per ottenere che fosse rimaneggiata. Giona si mise al lavoro secondo l’uso degli agiografi del suo tempo, ma con uno stile più brillante, senza però aggiungervi alcun dato storico nuovo. Questa Sua seconda Vita si può far risalire agli anni compresi tra l’825 e l’831; fu, infatti, composta in occasione del trasferimento del corpo ad Andage. Il Vescovo di Orléans in tale occasione raccolse testimonianze da molte persone. I Miracula furono scritti poco dopo (840-45); sono otto quadri viventi e suggestivi, composti con stile elegante senza dubbio da un monaco di St-Hubert. Una seconda versione apparve alla fine del secolo XI, ma in essa non troviamo nulla di nuovo, se si eccettuano alcuni particolari sulla storia del Monastero. Le Vitae posteriori, redatte a partire dalla seconda metà del secolo XIII al 1526, e in cui riconosciamo l’opera di Anselmo di Liegi, di Egidio d’Orval, di Giovanni di Outremeuse e di Adolfo Happart, sono piene di fatti favolosi e di leggende.

Il culto di Sant’Uberto è attestato a partire dal principio del secolo IX e comincia ad estendersi a partire dal X, ma già nel secolo IX era abbastanza diffuso come testimonia una tradizione di Corbie, ricordata nel secolo XIII. Il Suo nome figura nel Martirologio di Usuardo e le più antiche menzioni sulla Sua ricorrenza festiva del 3 novembre risalgono alla stessa epoca (fine del secolo IX), e così pure la processione in Suo onore. Il Martirologio Romano Lo ricorda a questa stessa data.

Oggi il Suo culto è diffuso nel Belgio, nel Lussemburgo e nei Paesi Bassi (Hertogenbosch e Maastricht). In Francia è venerato specialmente nell’Ile-de-France, zona di grandi foreste, in Lorena (pellegrinaggio di Autrey, dove la Sua festa è celebrata a partire dal secolo XIII), nella Champagne (Abbazia delle Trois-Fontaines), nell’Aisne (Limé, presso Soissons), nelle Fiandre e nell’Artois (Abbazia di Flines, Aire-sur-la-Lys, Saint-Pol, La Noulette vicino Hesdin). In Germania alcuni altari e cappelle Gli sono dedicati nelle Diocesi di Colonia e di Treviri. La Sua venerazione si estende in Gran Bretagna e nella Spagna. Ma, naturalmente, è proprio a St-Hubert che il 3 novembre si svolgono le cerimonie più importanti. Nella Basilica, splendido edificio dei secoli XVI e XVII, un monumentale mausoleo Gli è stato dedicato nel 1847-48, opera dell’artista belga G. Geefs.

La Confraternita di Sant’Uberto fu autorizzata dal Vescovo di Liegi, Giovanni di Hornes, nel 1477, riconosciuta da Giulio II nel 1510 e poi successivamente approvata da Leone X, Gregorio XII, Paolo V e Gregorio XV. Tra i suoi membri più illustri figurano Luigi XIII, Re di Francia (Diploma del 12 dicembre 1629).

L’Ordine cavalleresco di Sant’Uberto fu fondato nel 1416 nel principato di Bar-Lorraine.

In occasione di un combattimento vittorioso contro il duca di Gueldre, avvenuto il 3 novembre 1444, un Ordine analogo fu fondato dal principe Gerardo di Juliers-Berg, e rimaneggiato in seguito nel 1708 da Guglielmo, grande elettore del Palatinato. Esso ebbe vita fino al 1918.

Le leggende si sono impadronite del culto di Sant’Uberto e lo hanno fatto diventare quel Santo popolare, dall’aspetto un po’ deformato, che noi oggi conosciamo. La prima e la più conosciuta leggenda è quella del cervo che portava un crocifisso tra le corna e che fu visto da Uberto mentre si trovava a cacciare, un venerdì santo, nella foresta delle Ardenne mentre una voce celeste Gli chiedeva di rinunciare ai piaceri del mondo. Rimasto vedovo due anni dopo, Uberto si sarebbe ritirato dal mondo in questa foresta per farvi penitenza. Vi si riconoscono i temi agiografici dell’uomo sposato che rinuncia ai piaceri dopo la vedovanza e del periodo di probazione nella solitudine. Per quel che riguarda Sant’Uberto, tuttavia, questa leggenda è tardiva. Giovanni di Outremeuse (m. 1400), cronista di fertile immaginazione, che si compiaceva di simili racconti, non l’avrebbe certamente tralasciata se l’avesse conosciuta. Tale tema agiografico era conosciuto da tempi molto antichi ed è stato anche riferito a Sant’Eustachio; l’episodio fu illustrato dal Pisanello e poi dal Durer. Ci troviamo di fronte a un curioso caso di “furto” iconografico. E’ chiaro che Uberto non è stato scelto dai cacciatori come loro Patrono in virtù di questo presunto episodio della Sua vita; essi hanno dimostrato prima la loro devozione verso di Lui, scegliendo poi la Sua festività per dedicarla alla caccia. In questo giorno troviamo la benedizione dei cacciatori e dei loro seguiti con grande sfoggio e fasto.

In modo ugualmente indiretto possiamo spiegarci la protezione che la leggenda attribuisce a Sant’Uberto a proposito della rabbia. Ogni cacciatore ha il suo cane e la malattia più diffusa e la più grave tra i cani è appunto la rabbia. Rabbia delle bestie, e, per trasferimento, rabbia degli uomini. A partire dal secolo XII Sant’Uberto è diventato il taumaturgo contro questo flagello: per guarire i malati si pratica loro un’incisione sulla fronte dove s’introduce un filamento tratto dalla stola del Santo. Un simile procedimento veniva riservato dal 1075 a San Forannan. La stola da parte sua ha una leggenda propria: fu un Angelo inviato dalla Vergine che Gliela portò; era tessuta di seta bianca con un filo d’oro. Altre leggende Gli attribuiscono una chiave d’oro donataGli da San Pietro mentre un giorno celebrava la Messa; l’anello pastorale di San Lamberto recatoGli da un Angelo e la Croce dello stesso Santo che a Lui fu consegnata a Roma – dove un’altra leggenda lo fa andare in pellegrinaggio – dal Papa Sergio I, insieme alla Sua nomina nella sede vescovile di San Lamberto. L’immaginazione popolare ha fatto nascere intorno a Lui molte leggende, e Sant’Uberto è diventato il patrono dei cacciatori, dei fonditori di metalli, dei lavoratori dell’ottone, dei pellicciai e dei fabbricanti di strumenti scientifici. E’ anche il protettore dei cani contro la rabbia.

L’iconografia di Sant’Uberto è vastissima ed è impossibile citare tutte le opere che la Sua vita e le Sue leggende hanno ispirato. Gli artisti del secolo XV ebbero una vera infatuazione per Lui. La più antica raffigurazione pittorica è senza dubbio quella del trittico dell’inizio del secolo XV conservato al museo Boymans-Van Beuningen di Rotterdam. Abbiamo già citata l’opera del Maestro della Sua leggenda conservata a Londra. Ruggero de la Pasture ha dipinto il quadro di una visione di Papa Sergio (collezione Mortiner Schiff, a New York); l’identica scena ha ispirato il Maestro di Werden (Londra, Galleria Nazionale). Ad un’artista della scuola svizzera della stessa epoca dobbiamo un “Sant’Uberto che guarisce alcuni uomini colpiti dalla rabbia” (Galleria di Donaueschingen, in Germania); va citato anche il Sant’Uberto di Stefano Lochner della Pinacoteca di Monaco. Innumerevoli miniature hanno illustrato manoscritti di opere di pietà, di caccia, o di altro argomento; ci limitiamo a ricordare quelle, di un certo rilievo, che illustrano due opere del secolo XV, l’una a Parigi (Biblioteca Nazionale, fondo francese, manoscritto 424), l’altra a L’Aia (Biblioteca Reale, manoscritto 76 R). Di un’epoca molto più tarda sono le formelle scolpite della Basilica di St-Hubert, opera di G. Evrad (1709-93). I commercianti di immagini sacre si sono impossessati evidentemente degli stessi temi per stampare immagini di pietà diffuse in tutto il mondo e che, per alcune di esse, hanno il loro prototipo in alcune incisioni di incunaboli.

Bibliografia:

 

J. Molano, Natales Sanctorum Belgii, Lovanio, 1595, pag. 246;

J. Chapeaville, Gesta pontificum Leodiensium, I, Liegi, 1612, pp. 129-144;

J. Roberti, Disquisitio historica de rebus Sancti Hubert, ibid., 1618; Surio, XI, pp. 13-20

Mabillon, Acta, III, pp. 81, 295-305;

E. Martène – U. Durant, Veterum scriptorum amplissima collectio, IV, Parigi, 1717, pp. 854-855;

R. Kopke, in MGH, Script., VII, pag. 198;

C. – J. Bertrand, Pèlerinage de Saint-Hubert en Ardenne, Namur, 1854;

Cahier, passim;

Hallet, Le corps de Saint-Hubert conservé jusqu’à nos jours, Bruxelles, 1871;

A. Borgnet, Chronique et gestes de Jean des Preis dit d’Outremeuse, II, ibid., 1873, pp. 371-435;

Ch. des Granges, Vie de Saint Hubert, Moulins, 1873;

W. Arndt, Kleine Denkmaler aus der Merowingerzeit, Hannover, 1874, pp. 52-76;

J. Demarteau, Saint-Hubert, son histoire, sa légende, Liegi, 1877;

Ch. de Smedt, La vie de Saint-Hubert, in Bulletin de la Commission Royale d’histoire de Belgique, 4° ser., V, (1878), pp. 215-57;

L. De Heinemann, in MGH, Script., XV, pp. 235-37, 908-14;

I. Hiller, ibid., XXV, pp. 42-45;

J. Demarteau, Saint-Hubert d’après son plus ancien biographe, in Bulletin de l’Institut archéologique liégeois, XVI (1881), pp. 89-160;

Ed. van Even, Le reliquaire de Saint-Hubert, in Bulletin des Commissions royales d’art et d’archéologie de Belgique, XXI (1882), pp. 253-78;

F. Loise, in Biographie nationale belge, IX, Bruxelles, 1886-87, coll. 591-601;

Ch. De Smedt, in Acta SS. Novembris, I, Parigi, 1887, pp. 759-930;

H. Gaidoz, La rage et Saint-Hubert, ibid., 1887;

J. Daris, Histoire du diocèse et de la principauté de Liège, I Liegi, 1890, pp. 125-42;

BHL, I, pp. 595-96, n. 3993-4002;

L. Theys, Histoire de Saint-Hubert, Marcinelle, 1898;

P. Doppler, Korte levensbeschrijng der Heiligen Servatius en Hubertus, in Publications de la Société historique et archéologique dans le duché de Limbourg, XXXVIII, (1902), pp. 171-85;

A. de Maricourt, Saint-Hubert et la guérison de la rage, in La Quinzaine, XLIX (1902), pp. 34-48;

Chevalier, Répertoire, I, coll. 2185-2188;

H. Uhlenluth, Sankt Hubert, der Schutzpatron der Jager und seine Legende, in DasWeidwerk in Wort und Bild, XV (1905), pp. 33-44, 49-62;

S. Balau, Les sources de l’histoire de Liége au moyen-âge, Bruxelles, 1907, pp. 40-45, 56-60, 389-91;

L. van der Essen, Etude critique et littéraire sur les “Vitae” des Saints mérovingiens de l’ancienne Belgique, Lovanio, 1907, pp. 53-70;

J. Demarteau, Le corps de Saint-Hubert, in Leodium, VIII (1909), pp. 49-54;

U. Berlière, A propos des reliques de Saint-Hubert, ibid, XI (1912), p. 138;

W. Levison, in MGH, Script. Rer. Merov., VI, pp. 429-32, 471-96;

H. Martin, Saint-Hubert, Bruxelles, 1921;

J. Huydermans, Sint Hubertus vereering te Elewijt, in De Brabander, III (1923-24), pp. 157-67;

E. H. van Heurch, Saint-Hubert et son culte en Belgique, in Bulletin de la Société verviétoise d’archéologie, XVIII (1925), pp. 245-85;

J. Coenen, Le fondateur de Liége: Saint-Hubert, Liegi, 1927;

M. Coens, Une relation inédite de la conversion de Saint-Hubert, in Anal. Boll., XLV (1927), pp. 84-92;

L. Huyghebaert, Saint-Hubert, patron des chasseurs, Anversa, 1927;

F. Baix, Saint-Hubert, in La Terre wallonne, XVI (1927), pp. 106-22, 200-22, XVII (1927), pp. 115-25, 348-64, XIX (1928), pp. 65-86, 169-79;

J. Paquay, Le culte de Saint-Hubert dans l’ancien diocèse de Liége, in Leodium, XX (1927), pp. 32-36;

Kunstle, p. 311-13;

Th. Rejalot, Le culte et les reliques de Saint-Hubert, Gembloux, 1928;

F. Bourgeois, Saint-Hubert et la rage, in Bulletin de l’Institut archéologique du Luxembourg, VII (1931), pp. 39-45;

A. Colart, Saint-Hubert et la rage, in Guetteur wallon, IX (1932), pp. 163-74;

Leroquais, Les Bréviaires, V, p. 139;

Cottineau, II, coll. 2731-32;

Comm. Martyr. Rom., p. 494;

H. Carton de Wiart, Saint-Hubert, Parigi, 1942;

M. Georin, Saint-Hubert, l’Ardennais, Bruxelles, 1942;

L. Huyghebaert, Sint Hubert, patroon van de jagers, Anversa, 1949;

A. P. Frutaz, in Enc. Catt., XII, pp. 663-64;

R. Lecotté, Le culte de Saint-Hubert en Ile-de-France, in Plaisir de la chasse, I (1952), pp. 21-25;

S. Vandevelde, Oude voorschriften bij een noveen ter ere van de Heilige Hubertus, in Limburg, XXXI (1952), pp. 71-78; Primitifs flamands, I, Corpus de la peinture des anciens Pays-Bas méridionaux au quinzième siècle, II, Anversa, 1954, pp. 179-93;

Butler-Thurston-Attwater, IV, pp. 247-48;

Vies des Saints, XI, pp. 102-106;

F. Baix, Saint-Hubert, sa mort, sa canonisation, ses reliques, in Mélanges F. Rousseau, Bruxelles, 1958, pp. 71-80;

Réau, III, pp. 658-64;

W. Lampen, in LThk, V 2, col. 503;

F. Peny, Saint-Hubert, Gembloux, 1961;

P. Antin, in Catholicisme, V,Parigi, 1962, col. 998;

F. Rousseau, Les Carolingiens et l’Ardenne, in Bulletin de l’Académie Royale de Belgique, classe des Lettres, 5° ser., XLVIII (1963), pp. 187-221;

NCE, VII, pp. 182-83.

Emile Brouette

 

A conclusione di queste brevi e sintetiche note storico-bibliografiche sulla vita di Sant’Uberto che, certamente, non sono e né possono essere considerate esaustive, una citazione particolare merita il bellissimo, pregevole e dottissimo Saggio, in Lingua Francese, redatto dal Rev.mo ed Ecc.mo Abbé prof. Prosper Chalon: Vie de Saint-Hubert, Histoire et Légende, Gofflot, Belgique, 1991 che, molto volentieri e con la più grande gioia, Vi invitiamo a leggere.

Post scriptum:

Il primitivo motto dei Cavalieri fondatori dell’Ordine fu, come si legge nell’atto di fondazione del 31 maggio 1416: TOUT UNG.

In altre parole: TOUS UNIS.

TUTTI UNITI.

Questo antico motto, adottato all’unanimità dagli antichi Cavalieri del Nostro glorioso Ordine, pur nella sua lapidaria incisività, essendo formato da sole due parole, richiama alla Nostra memoria – e non può essere diversamente – il notissimo motto: Un pour tous, tous pour un (Uno per tutti, tutti per uno) adottato dai valorosi e fedelissimi Moschettieri del Re di Francia.

TUTTI UNITI, dunque, nel nome di DIO, di SAN MICHELE, di SAN GIORGIO e di SANT’UBERTO in difesa della Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, TUTTI UNITI in difesa dell’unica vera FEDE che Ci gloriamo di professare, TUTTI UNITI nell’amore verso DIO e verso il PROSSIMO, TUTTI UNITI in difesa delle Nostre PATRIE, TUTTI UNITI nel praticare le Virtù Teologali e Cardinali, TUTTI UNITI nell’Onore, TUTTI UNITI nella Preghiera, TUTTI UNITI nello spirito di vera Umiltà e di evangelica Fraternità, TUTTI UNITI, sempre e comunque, per la Maggior Gloria di DIO.

AMEN!